UN’IDEA BRILLANTE


 Un’idea brillante 

Alighiero e Boetti, KP Brehmer, Valentina Roselli, Caterina Rossato, Serena Vestrucci

a cura di Francesco Urbano Ragazzi

Frise Künstlerhaus – Hamburg
opening: 20 Agosto ore 20

periodo: 21 August – 7 September

orari di apertura: 10-18 (chiuso di Lunedì)
 

 

Nel ventennale della morte di Alighiero e Boetti una mostra al Künstlerhaus Frise di Amburgo celebra l’eredità dell’artista attraverso i lavori di tre giovani italiane: Valentina Roselli, Caterina Rossato e Serena Vestrucci. A fare da controcanto, un coetaneo di Boetti che -come lui- si è dedicato per una vita alla rigorosa analisi dei codici culturali: KP Brehmer, esponente del Realismo Capitalista che proprio ad Amburgo insegnò. Manifesto estivo per un’arte anti-creativa.

 

Che cosa capita a un’idea geniale quando viene ripetuta all’infinito? Aumenta la propria potenza oppure viene diluita fino ad esaurirsi? Sembra questo il paradosso che porta con sé Un’idea brillante, uno degli arazzi realizzati da Alighiero Boetti. La scritta, ben leggibile tra gli intrecci colorati del ricamo, è contraddetta dal fatto piuttosto evidente che l’opera è solo l’ultima variazione tra le centinaia che l’artista ha prodotto a partire dai primi anni ’70. E ancora: il medium nega il messaggio. Cosa ha a che fare il colpo di genio con la tessitura, una tecnica che richiede più che altro moltissima pazienza?

Proprio a partire da quest’opera, in occasione del ventennale della morte di Alighiero Boetti e del primo gemellaggio artistico Venezia-Amburgo promosso da Nuova Icona e Frise Künstlerhaus, tre artiste italiane riflettono su una certa eredità boettiana da cui parte la loro pratica. Un’idea brillante dà così il titolo alla mostra di Valentina Roselli, Caterina Rossato e Serena Vestrucci che ha inaugurato mercoledì 20 Agosto nella galleria della Künstlerhaus di Amburgo a cura del duo Francesco Urbano Ragazzi.

Caterina Rossato schematizza nozioni e collegamenti assunti durante il tempo di produzione dell’opera stessa. Oppure Studio Quotidiano, che fa da colonna sonora alla mostra: una traccia audio in cui sentiamo lo scalpiccio delle dita sui tasti di un pianoforte col silenziatore. Ad essere eseguito è il Preludio op. 12 n. 104 in Si minore di Felix Mendelssohn. Assieme a questo, un altro brano torna alla sua natura di composizione pura: è la Fuga N5 a 4 voci in Re Maggiore di J. S. Bach, il cui andamento viene tradotto in spartito o diagramma attraverso effimere strisce colorate applicate alle pareti della galleria.

Punto di assoluta differenza è invece il modo in cui le due generazioni a confronto in questa mostra trattano segni e simboli politici. In moltissime opere KP Brehmer trasforma elementi dal significato neutro in illustrazioni precisissime della situazione sociale del suo tempo. Ad esempio in Weltkrieg möglich / Weltkrieg unmöglich figure geometriche disegnate su carta millimetrata sono utilizzate per illustrare la paura collettiva di un terzo conflitto mondiale in particolari momenti storici: guerra di Corea (1950-1953), costruzione del muro di Berlino (1957-1969), guerra in Afghanistan (1975-1980). Al contrario Serena Vestrucci estrapola dal contesto politico forme che diventano oggetti puramente estetici. In Strappo alla Regola le stelle gialle della bandiera europea vengono tagliate e ricomposte a formare le costellazioni di un grande cielo blu boettiano. Il tentativo di citare i cieli che ricorrono nelle opere di Boetti ritorna ancora in Make Up, una serie di tele meticolosamente dipinte con ciprie, ombretti e pennelli da maquillage. Tuttavia, mentre il maestro poverista si comportava come un manager, ordinando ad assistenti di svolgere tutto il lavoro manuale, la giovane artista sceglie invece di assumere il ruolo di una lavoratrice precaria: esegue da sola l’intera operazione, per quanto ripetitiva, avendo poi cura di specificare nelle didascalie le ore di lavoro impiegate per terminare ciascun’opera.

Tra l’eredità e il tradimento di questa genealogia rimane la ricerca di una misura del mondo che non può fare a meno di superare se stessa. Valentina Roselli si impegna a scoprire se esista ancora per l’essere umano un territorio di conquista, un altrove dove perdere la propria identità. Lo fa attraverso una serie di mandala digitali, che cadenzeranno il tempo dell’esposizione con un richiamo quotidiano tra lo spazio espositivo e il web. Dove c’era la Kabul di Boetti ora forse c’è una terra dai confini incerti, divisa tra reale e virtuale, tra materia e allucinazione. La mostra si spinge quindi fuori dai confini dello spazio espositivo trovando il proprio mirror site tra gli schermi di Peace Connect, un internet point nei pressi della stazione di Altona. Lungo il tragitto gli schemi dell’arte e quelli della realtà si incrociano, si mescolano, si confondono e quel che resta forse è solo un’immagine, una frase, un’idea.

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